Liceo scientifico "G.B.Quadri" > Storia della ex Jugoslavia
Ultima modifica: 28 gennaio 2015

Storia della ex Jugoslavia

LA STORIA DELLA EX JUGOSLAVIA

  1. Dal VI secolo ai turchi
  2. Sloveni e croati
  3. L’impero asburgico
  4. La politica di Bismarck
  5. La I guerra mondiale
  6. Serbi, croati e sloveni
  7. Il Regno di Jugoslavia
  8. La resistenza cetnica
  9. La resistenza di Tito
  10. L’Ottocento
  11. La Jugoslavia con Tito
  12. La repubblica federale
  13. La ripresa del nazionalismo
  14. Le cause della crisi dello Stato
  15. Le vicende della Serbia
  16. L’autonomia della Slovenia
  17. La Croazia
  18. La Bosnia-Erzegovina
  19. La guerra in Bosnia
  20. Gli accordi di Dayton
  21. La guerra in Kossovo

 

 

 


 

1.DAL VI SECOLO ALLA DOMINAZIONE TURCA

La caratteristica preponderante di quella che fu la Jugoslavia è il suo pluralismo etnico, culturale e geografico. In primo luogo è bene considerare che nell’area balcanica sono presenti numerosi etnie che, pur di piccole dimensioni, hanno però precisi caratteri di ordine storico, culturale e religioso che le differenziano nettamente. In tutto, solo considerando i territori dell’ex Jugoslavia, i gruppi etnici presenti sono ben 24 per una popolazione complessiva che nel 1981 non arrivava neanche a 23 milioni.

Un’altra forte spaccatura è di ordine religioso (sono infatti presenti ortodossi, cattolici e musulmani). Ulteriori motivi di divisione derivano dalle diverse dominazioni straniere che hanno segnato fino alla fine del XIX secolo la storia delle repubbliche che andranno a formare l’attuale Jugoslavia: semplificando, abbiamo infatti da un lato l’Impero ottomano, dall’altro quello austro-ungarico.

Shephen Clissold , in Breve storia della Jugoslavia, sostiene che la storia della Jugoslavia è in gran parte

1) la storia delle grandi potenze che si sono continuamente contese il dominio dei territori dell’attuale repubblica

2) la storia della resistenza degli slavi del sud agli attacchi contro la loro indipendenza e il loro carattere nazionale

3) la storia dei tentativi degli uni di unificare, assorbire o unificare gli altri.

Di questa storia complessa vorremmo tentare una breve sintesi, senza pretese di esaustività, utilizzando le parole e le competenze di giornalisti e storici esperti dell’area balcanica.

“Nel sesto secolo d. C., quando gli slavi (…) si insediarono nei Balcani, vi trovarono già una frontiera antica di due secoli: quella fra l’impero d’Oriente e d’Occidente. Si trattò di una cesura non solo amministrativa, ma anche culturale e religiosa, dato che separava le due grandi sfere di influenza, esistenti nell’Europa contemporanea, i cui centri erano Roma e Bisanzio. I popoli slavi, che si insediarono ad occidente di quella linea, i croati e gli sloveni, accettarono il cristianesimo nella sua variante romana, inserendosi nella cultura dell’Europa occidentale. I serbi, i montenegrini, i macedoni, i bulgari, insediati ad oriente, furono attratti invece nella cerchia culturale di Costantinopoli e della chiesa ortodossa*. Da ciò non solo due modi diversi di pregare e di scrivere, di celebrare i momenti fondamentali della vita, ma anche due modi diversi di pensare e di essere. ” (J. Pirjevec, Il giorno di S. Vito, p. 7).

Questa divisione fu ribadita dallo scisma* del 1054, che segnò la definitiva separazione tra Chiesa di Roma e quella di Costantinopoli. La separazione fra i fedeli di Roma (polacchi, cechi, slovacchi, croati e sloveni) e quelli di Bisanzio (russi, bulgari e serbi) fu ulteriormente accentuata dall’uso dall’uso di alfabeti diversi (latino per i cattolici, cirillico* per gli ortodossi).

“Su questa bipolarità fondamentale, (…) nel XIV e XV secolo si innestò anche la cultura islamica, che i turchi portarono nei Balcani nel corso della loro avanzata verso l’Europa centrale. Si trattò di una esperienza traumatica per gli slavi meridionali, soprattutto per i serbi, vinti dalle forze ottomane nella battaglia di Kosovo, il giorno di S. Vito, il 28 giugno 1389.” (Ibidem, p. 7).

La nobiltà serba venne sterminata, la Serbia (che si era liberata dal rapporto di subordinazione nei confronti di Bisanzio già nel XIII secolo e che aveva raggiunto la sua massima espansione tra il 1331-55 con il re Stefano IX Dusan, portatore del progetto imperiale della grande Serbia, che lo condusse ad estendere i suoi domini fino ad includere la Macedonia, l’Albania e l’Epiro) diventò vassallo dei Turchi nel 1396 e venne assoggettata completamente all’impero ottomano nel 1459.

“Quella sconfitta, nel secolo successivo portò i serbi sotto il dominio turco, spingendo coloro che potevano sottrarsi alla schiavitù a cercar scampo fuori dalla propria patria. Cominciò così una diaspora che disperse consistenti nuclei di serbi un po’ dappertutto nell’area danubiano-adriatica. In Bosnia, invece, si verificò un fenomento di osmosi (…): una parte consistente della popolazione si convertì infatti all’islam, complicando ancora la struttura etnico-religiosa di quella terra, dove vivevano da secoli anche comunità serbo-ortodosse e croate, cioè cattoliche. (…) I Turchi, in verità, erano assai tolleranti in fatto di religione, permettendo ai cristiani di praticare la propria, pur relegandoli entro la loro società in una posizione subordinata. Ciò permise alla chiesa serbo-ortodossa di sopravvivere come unica istituzione autonoma serba, rafforzando ancora l’identificazione fra coscienza nazionale e appartenenza religiosa.

 

 


2.  SLOVENI E CROATI

Diversa fu intanto l’esperienza storica degli sloveni e dei croati. Gli sloveni, che riuscirono a creare nell’VIII secolo un proprio principato indipendente, caddero già all’inizio del IX secolo sotto il dominio dei franchi, per entrare successivamente nell’orbita della casa d’Asburgo. Divisi in ben sei contee e principati, privi di una nobiltà propria, essi quasi scomparvero dalla scena storica, conservando la lingua come unica attributo della loro identità. (…) I croati, invece, costituirono già nel X secolo un regno abbastanza potente, che nel XII si unì, per vicende dinastiche, alla corona d’Ungheria pur conservando la propria individualità storica.”( Ibidem, p. 8).

In seguito i croati persero parecchi territori ceduti ai turchi o ai veneziani (la Dalmazia fu veneziana dal XV secolo al XVIII sec.)

“All’inizio del Cinquecento, insieme con gli ungheresi, essi riconobbero il dominio degli Asburgo, che erano l’unica potenza capace in questa parte d’Europa di tenere testa ai turchi. La casa d’Asburgo inglobò dunque nei suoi possessi anche una parte delle terre croate, garantendone gli antichi privilegi e impegnandosi a difenderle. Per far ciò costituì lungo la frontiera bosniaca un cordone sanitario, in cui insediò i fuggiaschi serbi: il territorio fu sottratto all’amministrazione di Zagabria e sottoposto direttamente al ministero della guerra di Vienna. I suoi abitanti erano dei soldati-contadini, obbligati a lasciare i campi e a combattere quando ce ne fosse bisogno. La frontiera miltare, che complicò notevolmente la struttura etnica della Croazia orientale, divenne così un’ulteriore barriera fra i popoli slavi, che vivevano al di qua e al di là di essa: i bosniaci e i serbi, inseriti nel mondo levantino, i croati e gli sloveni in quello mitteleuropeo.

Alla fine del ‘600 e ai primi del ‘700, gli Asburgo, dopo la sconfitta dei turchi sotto Vienna nel 1683, riuscirono, con una serie di vittoriose campagne, a penetrare in profondità nei Balcani, spingendosi fino allla regione del Kosovo. Essi dovettero però ben presto ritirarsi e stabilire la frontiera sul Danubio. Con loro partirono anche centinaia di migliaia di serbi, che furono insediati nelle fertili terre sulla riva sinistra del Danubio, nella cosiddetta Vojvodina.

Questa regione, posta sotto la corona d’Ungheria e di struttura etnica assai mista (oltre ai serbi fu popolata anche dagli ungheresi e da altre 11 etnie), divenne il centro culturale e religioso più importante del popolo serbo. Il vuoto che i serbi lasciarono nel Kosovo – già fulcro del loro impero medioevale – fu invece colmato dagli albanesi, che da sempre si trovavano in quella regione, ma erano stati spinti nelle sue aree montuose, meno fertili.

Queste vicende, che contribuirono ancora alla frammentazione del popolo serbo, furono provocate dalla progressiva decadenza del potere ottomano. Si trattò di un processo lungo, ma inarrestabile, che i popoli slavi, soggetti ad Istanbul, cercarono di sfruttare a proprio favore” (Ibidem, p. 9-10).

La Serbia insorge contro i turchi in due riprese: la prima (1805-1813) e la seconda (1815-17) guerra d’indipendenza conducono al trattato di Adrianopoli (1829) che sancisce l’autonomia della Serbia, il quale rivendicherà poi il ruolo di stato guida della riscossa nazionale jugoslava. In seguito l’impero ottomano dovette concedere l’indipendenza alla Grecia (1830).

 


3. L’IMPERO ASBURGICO

“Mentre questi tumultuosi avvenimenti erano in corso, anche l’impero asburgico conosceva un profondo travaglio. Con la disfatta dei Turchi esso aveva in qualche maniera esaurito la sua funzione storica di baluardo dell’Europa cristiana e si trovava in piena crisi. Dalle guerre napoleoniche all’inizio dell’800, l’impero uscì infatti indebolito e trasformato, paradossalmente proprio dalla nuova cultura che si era affermata nel mondo tedesco, come reazione alle conquiste francesi. Era la cultura del Romanticismo, che sottolineava i valori della nazione, della lingua, dell’autonomia etnica. Valori che venivano insegnati a Vienna da uomini come August Schlegel ai propri studenti tedeschi, ma non solo: anche a quelli boemi, ungheresi, slovacchi, sloveni e croati. Nel giro di poche anni la cultura romantica trionfò dappertutto, portando con sè una impetuosa volontà di affermazione nazionale e culturale. Tra i popoli dell’impero sorsero poeti, scrittori, filologi che crearono sulla base della scarsa eredità intellettuale in loro possesso, nuove letterature, posero le basi di nuove culture, suscitando nel contempo la coscienza nazionale, ma anche le conflittualità fra i gruppi etnici più forti e quelli che lo erano meno. Gli Asburgo non furono in grado di affrontare questa nuova e improvvisa sfida che si poneva loro di fronte: invece di mediare fra i diversi popoli che si affacciarono allla ribalta storica, essi cercarono di soffocare il loro sviluppo. Il primo campanello d’allarme suonò nel 1848 quando la monarchia fu sconvolta da una serie di movimenti rivoluzionari che quasi ne segnarono la fine. In quel momento essa fu salvata dai croati, timorosi delle aspirazioni egemoniche degli ungheresi, e dai russi, timorosi della rivoluzione. I croati pagarono cara la loro decisione di soccorrere – sebbene in difesa delle proprie autonomie, la casa d’Asburgo: essi vennero bollati da Marx ed Engels come il popolo antilibertario per eccellenza, e portarono questo marchio nella coscienza dell’intellighenzia europea per molto tempo, fino ai giorni nostri. Né gli Asburgo serbarono la loro gratitudine per il servizio prestato. Una volta soffocata la rivoluzione, essi li trattarono al pari degli ungheresi, imponendo agli uni e agli altri una dura dittatura. Quando poi, dopo le sconfitte in Italia e contro i tedeschi, gli Asburgo furono costretti, nel 1867, a scendere a patti con gli ungheresi, essi abbandonarono i croati alla loro mercé. L’impero rimase unito nella persona del sovrano, ma venne diviso in due parti, l’Austria e l’Ungheria, con due popoli dominanti: in Austria i tedeschi e in Ungheria i magiari.

Naturalmente gli sloveni, governati da Vienna, e i croati governati, in gran parte, da Budapest, non si rassegnarono alla loro sorte. Dalla comune lotta contro la dominazione straniera nacque anche l’idea di una alleanza che fu alla base del progetto jugoslavo: riunire cioè tutti gli slavi meridionali, soggetti agli Asburgo, in un’unica entità statale, trasformando la duplice monarchia in triplice. Accanto a questo pensiero d’integrazione, da tempo veniva formulato invece, a Belgrado, uno parallelo, ma diverso. Esso nasceva dalla tesi che il regno serbo avrebbe dovuto svolgere lo stesso ruolo che il Piemonte aveva avuto nell’ unificazione d’Italia. Avrebbe dovuto cioè unire tutte le terre serbe o considerate tali: la Macedonia, il Kosovo, la Vojvodina, la Croazia e la Dalmazia” (Ibidem, p. 10-11).

 


4. LA POLITICA DI BISMARCK

Nel 1875/76 la Bosnia Erzegovina e la Bulgaria insorsero contro il dominio di Costantinopoli. La repressione turca diede spunto alla Russia, che si atteggiava tradizionalmente a protettrice dei popoli slavi, di entrare in guerra contro la Turchia cui impose il Trattato di Santo Stefano. Il trattato, che prevedeva un quasi completo smembramento dell’Impero ottomano e la costituzione di un grande stato bulgaro, praticamente vassallo della Russia, suscitò le proteste dell’ Austria-Ungheria, direttamente interessata alla situazione balcanica, e dell’Inghilterra, che vedeva minacciato il Mediterraneo orientale.

La guerra fu evitata grazie alla mediazione di Bismarck, cancelliere tedesco, che convocò a Berlino nel 1878 un congresso tra le grandi potenze. Esso produsse una revisione soistanziale del trattato di Santo Stefano, limitando fortemente l’autonomia dellla Bulgaria, e sancendo la piena indipendenza di Montenegro, Serbia e Romania; la Bosnia e l’Erzgovina furono lasciate in “amministrazione temporanea” all’Austria la quale, con tale congresso, riuscì a strappare alla Russia il predominio sui Balcani.

Il Congresso fornì una sistemazione delle frontiere che rimase pressoché invariata fino alle guerre balcaniche e sancì la netta prevalenza degli interessi delle potenze europee sulle aspirazioni degli stati balcanici e della stessa Turchia. Alla raggiunta stabilità dei confini non corrispose, nei decenni successivi, una crescita della stabilità politica della regione.Anzi, il gigante malato d’Europa, l’Impero turco, si dimostrò del tutto incapace di realizzare riforme politiche al suo interno. Le stesse potenze europee iniziarono nel XX secolo a rammaricarsi per aver dato vita a staterelli troppo piccoli per essere vitali sotto il profilo economico e militare. Si cominciò a parlare di balcanizzazione* per intendere la condizione di disordine interno e di precarietà di rapporti internazionali in cui versavano tutti gli stati balcanici. In tale contesto in tutti i paesi presero piede ideologie nazionaliste e, con grande rapidità, si crearono miti popolari e ambizioni nazionali sicuramente sproporzionati alla effettiva forza economica, politica e militare dei paesi balcanici.


 

5. LA PRIMA GUERRA MONDIALE

Nel 1908 l’Austria trasformò in annessione “l’amministrazione temporanea” della Bosnia e dell’Erzegovina. L’azione dell’Austria ebbe come contraccolpo un aumento di tensione nei rapporti con la Serbia – che aspirava ad annettersi le due regioni, abitate dagli “slavi del sud”- e, conseguentemente, con la Russia, sua protettrice.

Nel 1911 scoppia la I guerra balcanica; Grecia, Bulgaria, Serbia e Montenegro si coalizzano contro l’Impero turco; al termine del conflitto la Turchia viene ricacciata agli attuali confini dagli stati balcanici. Sull’Adriatico nasceva, per volontà soprattutto di Austria e Germania, che intendevano impedire alla Serbia lo sbocco al mare, il nuovo principato di Albania.

A conclusione di questa guerra gli stati vincitori si affrontarono in una nuova guerra per la spartizione di alcuni territori, in particolare della Macedonia.

La Serbia rimase ancora una volta esclusa dalla sponda adriatica e alimentò il proprio rancore contro l’Austria, che di tale esclusione era la principale responsabile e che manteneva sotto il proprio dominio numerose minoranze di nazionalità slava; l’Austria, da parte sua, avvertiva tutto il pericolo che le poteva derivare dalla Serbia (protetta dalla Russia) più che mai decisa ad annettersi i territori abitati dagli “Slavi del Sud”.

Fu questa aspirazione, che vedeva nell’Austria-Ungheria il nemico peggiore, a muovere Gavrilo Princip, il 28 giugno 1914, all’attentato contro l’arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono d’Asburgo.

Francesco Ferdinando era sostenitore del trialismo, cioè l’idea di estendere il dualismo austro-ungarico agli Slavi, magari a danno delle altre nazionalità, come quella italiana a boema, e di rinnovare l’impero asburgico con l’apporto della leale collaborazione slava, Gavrilo Princip era uno studente, nativo della Bosnia, emigrato poi a Belgrado, che apparteneva alla società segreta la “Mano Nera”, un gruppo nazionalista serbo composto per lo più da ufficiali dell’esercito. La notizia dell’attentato fu accolta in Serbia con entusiasmo; e lo stesso governo serbo era almeno indirettamente responsabile dell’atto terroristico, in quanto, pur avendone avuto sentore, non aveva preso alcuna misura per prevenirlo.

L’assassinio di Francesco Ferdinando fu la scintilla che fece scoppiare la Prima Guerra mondiale: l’Austria, la Germania e poi la Turchia scesero in campo contro la Serbia, mentre con quest’ultima si schierarono la Russia, la Francia, l’Inghilterra e poi il Giappone, l’Italia e gli Stati Uniti.

“Durante la prima guerra mondiale, gli slavi del sud si trovarono su opposte barricate: sloveni, croati e serbi, sudditi della duplice monarchia, combatterono sul fronte serbo, galiziano e isontino nell’esercito austro-ungarico, mentre serbi e montenegrini, alleati dell’Intesa, cercarono di far fronte, come potevano, al disuguale assalto degli imperi centrali. Lo scontro con la potente Austria-Ungheria e la sua alleata, la Germania, fu quasi fatale ai due staterelli balcanici. I serbi, travolti da forze soverchianti, salvarono per il rotto della cuffia, nell’autunno del 1915, con un’epica marcia attraverso i monti, re, esercito e governo, fuggendo sull’isola di Corfù. Più tardi, con il sostegno dei francesi, aprirono un fronte a Salonicco, per ricominciare nell’ottobre del ’18 una sanguinosa, ma vittoriosa riconquista del loro regno.

Il clamore delle armi non ebbe l’effetto di soffocare l’idea jugoslava: se ne fece portavoce un comitato di esuli croati e sloveni, che agì durante la guerra a Londra, Parigi e Roma per sostenere il diritto degli slavi meridionali, soggetti agli Asburgo di uscire dal “carcere austro-ungarico” e costituirsi come entità politica autonoma. Per quanto il governo serbo in esilio puntasse soprattutto sulla liberazione delle proprie terre e guardasse “il comitato jugoslavo ” con notevole sospetto, si decise, il 20 luglio 1917, a firmare con i suoi rappresentanti un preciso accordo che prevedeva i modi e i tempi della futura unione. La “dichiarazione di Corfù” divenne così la prima pietra su cui venne costruito, nei mesi successivi, l’edificio jugoslavo”(Ibidem, p. 11-12).

 


6. IL REGNO DEI SERBI, CROATI E SLOVENI

Il 10 luglio 1917 fu firmato l’accordo di Corfù fra il Comitato jugoslavo, guidato da Frano Supilo (rappresentante del comitato composto prevalentemente da croati e sloveni) e il capo del governo serbo, Pasic, che poneva le basi per la nascita della Jugoslavia. Il leader serbo rifiutò l’uso della parola “jugoslavo” all’interno della dichiarazione, perché altrimenti avrebbe pregiudicato l’individualità della Serbia. Tuttavia, poichè la Serbia si trovava in un momento di grande difficoltà a causa della sconfitta militare e per la caduta dello zarismo – suo principale sostenitore – acconsentì ad alcune richieste del Comitato. L’accordo stabilì che serbi, croati e sloveni si sarebbero riuniti sotto la dinastia serba dei Karadjordjevic in uno stato democratico e parlamentare, nel quale sarebbero state rispettate le peculiarità nazionali dei singoli popoli. Si rimandava però alla fine della guerra la formazione di un’assemblea costituente e soprattutto la discussione sul futuro assetto statuale, centralista o federale.

Il Regno di serbi, croati e sloveni fu proclamato ufficialmente il 1 dicembre 1918; furono aggregati territori provenienti dall’Impero austriaco (Slovenia, Crozia, Bosnia), altri già sottoposti alla dominazione ottomana (Macedonia e parte dell’attuale Serbia) e i regni indipendenti della Serbia e del Montenegro.

Tuttavia il nuovo stato unitario nasceva già con un vizio d’origine riassumibile in un dissidio fondamentale tra croati federalisti e propugnatori di uno stato slavo-meridionale che garantisse piena parità di diritti fra le sue vari stirpi e serbi centralizzatori che vedevano l’unificazione prevalentemente come ingrandimenti della stessa Serbia. Infatti le richieste dei delegati del consiglio di Zagabria (assemblea degli slavi meridionali soggetti agli Asburgo) inviati a Belgrado per trattare l’unione con il reggente Alessandro I (che governava a nome di suo padre Pietro I) non furono accolte.

Quel nuovo paese si portò dentro quindi fin dal concepimento il germe dello scontento, i nazionalismi frustrati degli sloveni e dei croati, di tutti i bosniaci che non erano serbi, dei macedoni e di tutte quelle tribù slave passate dalla corona asburgica a quella di Pietro I .

“Appena nata la Jugoslavia dovette subito affrontare il nodo centrale dell’assetto statutale. Il dibattito su tale questione non riuscì ad essere sereno, perchè viziato da una serie di elementi sia esterni che interni al paese. Innanzitutto, benché la guerra fosse ormai terminata, la situazione europea rimaneva ancora precaria, in particolare per ciò che riguardava la definizione dei confini. L’aggressiva politica estera italiana nei confronti della Jugoslavia, vista da Roma come un ostacolo e un possibile antagonista per l’espansione nei Balcani, mise in forti difficoltà la giovane Jugoslavia. Inoltre ci vollero quasi due anni perché i tratttati di pace (con Austria, Ungheria e Bulgaria) fossero firmati, rendendo così certi i confini del nuovo regno. Nel frattempo, la difficile situazione economica interna generava forti tensioni sociali, con scioperi e manifestazioni duramente represse dal governo. Inoltre le influenze soviettiste della vicina esperienza rivoluzionaria ungherese e il timore che suscitava la forza del partito comunista (rivelatosi la terza forza politica del paese nelle elezioni del 1921) finirono per irrigidire le posizioni delle forze conservatrici che premevano per uno stato forte e centralizzato. D’altra parte, la natura multinazionale della Jugoslavia rendeva complessa tale operazione, anche perché l’ipotesi centralista finiva con l’identificarsi con le sempre presenti tendenze egemoniche serbe che si scontravano con le istanze autonomistiche croato-slovene. ” ( Privitera F. Le origini della Jugoslavia, in AA.VV. L’incidente di Sarajevo del 1914, Il manifesto, Roma 1993, pp.53-54).

In questo quadro il 28 giugno del 1921 venne approvata la nuova costituzione: essa era fondata su principi centralistici e non teneva in alcun conto le tradizioni e le aspirazioni dei diversi gruppi etnici associatisi ai serbi dopo il 1918. Passò infatti il progetto costituzionale presentato dal capo del governo Pasic, serbo: il regno dei Serbi, Croati, e degli Sloveni sarebbe stato una monarchia centralizzata, nella quale il governo non era responsabile solo verso il parlamento, ma anche verso il re. Lo stato, inoltre, secondo il modello francese, avrebbe dovuto essere diviso in 35 unità amministrative, composte ognuna da 800.000 abitanti circa, al fine di stemperare e superare le peculiarità storiche ed etniche delle antiche regioni, rafforzando in tal modo il potere centrale. A capo di queste unità, sarebbero stati posti funzionari di nomina regia, con ampie facoltà d’intervento nelle attività delle varie assemblee provinciali e comunali.

In Crozia e Slovenia la costituzione fu accolta con rabbia e considerata una vera calamità. Il leader croato Radic abbandonò abbandono la costituente, seguito dai deputati comunisti e dai rappresentanti del partito popolare sloveno.

Nel frattempo il partito comunista era stato messo fuorilegge e costretto alla clandestinità, mentre l’introduzione della leggi speciali per la difesa dello stato imprimeva una svolta autoritaria al paese.


7. IL REGNO DI JUGOSLAVIA

Iniziava un lungo periodo di tensione in cui le questioni nazionali s’intrecciavano con la lotta ideologica e politica: di fronte al fallimento di ogni tentativo di mediazione il conflitto sempre più aperto fra serbi e croati (culminato nell’uccisone, ad opera di un nazionalista serbo, del leader contadino croato Radic) fu “risolto”, nel gennaio 1929, dal colpo di stato del re Alessandro I, che sciolse il Parlamento e instaurò una dittatura personale.

Egli impose allo stato un nuovo nome, Jugoslavia, e lo ristrutturò in 10 “banovine”. Tutti i simboli, le bandiere e gli stemmi tradizionali furono aboliti e sostituiti con quelli jugoslavi; tutto quel che ricordava le diversità delle tre tribù da un giorno all’altro venne proibito. Le banovine ebbero autonomie molto limitate, poichè il potere rimase saldamente in mano all’establishement di Belgrado. I bani, nominati dal re e responsabili solo verso di lui, – tutti serbi o notori serbofili – erano per lo più generali senza competenza amministrativa, inviati dal governo con l’incarico di far da gendarmi.

Crebbe in questa situazione l’opposizione nazionalista croata. Il capo degli estremisti, Ante Pavelic fuggì oltreconfine, e cominciò ad organizzare l’emigrazione politica dei connazionali in Austria e in Ungheria in un movimenti detto “ustascia” (ribelli). “Pavelic era erede di quella corrente politica croata che era stata organizzata, alla fine dell’800, da un avvocato ebereo, Josif Franz. Questi era riuscito a costituire un movimento visceralmente nazionalista, richiamandosi ai secolari diritti del regno croato, e predicando l’odio contro i serbi. Dopo la prima guerra mondiale, i suoi successori non aderirono all’idea di uno stato federale, che Radic, in maniera più o meno riluttante, pur sembrava disposto ad accettare. Tale intransigenza fu ben vista in Ungheria e in Italia, dove nel ’29 Pavelic venne accolto a braccia aperte. Nel ’31 egli potè organizzare, in ambedue gli stati (ma anche altrove in Europa e in America) campi di addestramento per i suoi volontari, reclutati per lo più tra operai senza lavoro. Si trattava di un manipolo piuttosto ristretto di fanatici e disperati, convinti che l’intera Croazia era in attesa del “grido di vendetta di Ante”, e pronti ad affogare i suoi nemici in fiumi di sangue”. All’inizio degli anni trenta, essi diedero il via a tutta una serie di attentati, sabotaggi ed assassini politici, affinché nessuno, in Jugoslavia e fuori, potesse illudersi che la questione croata era risolta una volta per tutte ” (J. Pirjevec, Il giorno di S. Vito, op. cit., pp. 88-89).

In queste condizioni si arrivò all’omicidio di Alessandro I, a Marsiglia nel 1934, ad opera di sicari del movimento nazionalista croato, attentato organizzato – verosimilmente – con l’aiuto del governo italiano.

Gli succedette formalmente il principe Pietro, di soli 11 anni, anche se il potere passò di fatto nelle mani di Paolo, fratello di Alessandro. Costui strinse nel 1939 un patto con i croati, a cui concesse una forte autonomia, anche se era troppo tardi perchè la seconda guerra mondiale era ormai alle porte.

 


8. LA SECONDA GUERRA MONDIALE

Nel 1941 il reggente si risolse a firmare il Patto tripartito* e ad avvicinarsi ad Hitler, nonostante il consiglio della corona fosse spaccato in due: sloveni e croati ritenevano fosse necessario firmare il patto, perchè in caso contrario le truppe tedesche avrebbero invaso il paese; la maggior parte dei serbi voleva invece resistere all’aggressione. Un colpo di stato promosso da ufficiali politicamente vicini alla Gran Bretagna rovesciò il governo e la reggenza, proclamando la maggiore età del diciassettennne Pietro II. Subito dopo, le truppe dell’Asse invasero il paese e lo smembrarono.

La Slovenia fu divisa fra Italia, Germania ed Ungheria; “la Croazia ebbe una sorte completamente diversa. Essa ottenne infatti, almeno sulla carta, quella sovranità per la quale i suoi uomini politici avevano così caparbiamente lottato negli ultimi anni. Il 10 aprile 1941 un esponente degli ustascia, Slavko Kvaternik, proclamò a Zagabria, occupata da truppe tedesche, lo Stato indipendente croato. Tale annuncio, fatto in un momento in cui Ante Pavelic, il poglavnik, cioè il duce, era ancora in Italia, era assai eloquente: esso lasciava intendere non solo che la nuova entità statale sarebbe stata una marionetta, ma anche che sarebbe stata manovrata da Hitler e Mussolini, in competizione fra loro per assicurarsene il completo dominio” (Ibidem, p. 150).

Non tutto il territorio storico della Croazia venne riunito sotto il dominio degli ustascia. Gli italiani cedettero la Bosnia-Erzegovina, ma reclamarono buona parte della Dalmazia. Fra i due stati vennero stipulati accordi su un’unione doganale e monetaria e sull’ascesa al trono di Croazia di un principe di casa Savoia, Aimone d’Aosta, che peraltro non mise mai piede nel suo regno. Gli ustascia “s’impegnarono subito in una spietata “rivoluzione razziale” contro gli ebrei, gli zingari, ma soprattutto i serbi, che costituivano più del 30% dell’intera popolazione del nuovo stato. Mentre i musulmani bosniaci venivano considerati da Pavelic di “purissimo sangue croato”, e trattati di conseguenza, per i serbi fu varato un complesso piano di eliminazione, che prevedeva il massacro di una parte di essi, la deportazione dei sopravvissuti o la loro forzata conversione al cattolicesimo. Tali propositi furono subito messi in pratica (le cifre relative all’olocausto oscillano a seconda delle simpatie politiche degli storici da 30.000 a 1.000.000 e passa), senza che la chiesa cattolica riuscisse a prendere, se non troppo tardi, le debite distanze. “( Ibidem, p. 151). Questa esperienza ebbe effetti traumatici sulla coscienza e sull’identità serba e anche negli anni successivi continuò ad influenzarne le percezioni politiche.

La Serbia perse tutti i suoi territori periferici (annessi all’Ungheria, alla Bulgaria, all’Albania, che faceva parte dell’impero italiano); ridotta ai confini antecedenti le guerre balcaniche essa rimase sotto il controllo totale della Germania e del governo collaborazionista serbo con a capo il generale Milan Nedic

“Le persecuzioni scatenate contro i serbi non soltanto dagli ustascia, ma anche dagli ungheresi della Vojvodina, dai musulmani nella Bosnia-Erzegovina, dagli albanesi nel Kosovo, causarono un’immensa ondata di profughi, che si riversarono verso quanto rimaneva della Serbia, o, in parte, si diedero alla macchia, cercando di organizzare bande armate per opporsi ai loro persecutori. Accanto a questi disperati tentativi di autodifesa, va segnalato però un altro fenomeno: il coalizzarsi attorno ad ufficiali dell’esercito regio, che erano riusciti a sottrarsi alla cattura, di soldati decisi a non accettare passivamente la sconfitta. I cetnici *- così venivano chiamati in passato i ribelli ai turchi – si costituirono fin dall’aprile ’41 in alcune aree serbe e montenegrine. Essi si pongono sotto la guida del colonnello Mihailovic e di Kosta Pecanac. Ne nasce un movimento impetuoso e selvaggio, fortemente motivato dalla fedeltà alla tradizione, alla dinastia, ai miti della propria storia.

 


9. LA RESISTENZA CETNICA

Contemporaneamente comincia ad agitarsi il PCJ. Nel 1939 diviene capo del partito Josip Broz, detto Tito, che successivamente organizzerà la resistenza contro l’occupazione nazi-fascista.

“Mihailovic negoziò con Tito circa la possibilità di unire le proprie forze, ma a causa della profonda differenza tra gli obiettivi di lungo periodo dei due leader ( e quindi delle tattiche individuate) il tentativo non ebbe successo e tra di loro nacque una fiera ostilità. (…) Mihailovic finì per raggiungere un accordo informale con il regime di Nedic – giustificandolo con la necessità di salvaguardare la Serbia dal rischio delle distruttive rappresaglie tedesche determinate dall’accanita resistenza opposta dalla guerriglia.

La strategia di Mihailovic si basava sulla valutazione che, come nel caso della prima guerra mondiale, la Serbia sarebbe stata liberata dalla vittoriosa avanzata degli Alleati occidentali provenienti da Salonicco o, come era probabile, dalla costa adriatica. Questa soluzione poteva accontentare anche i tedeschi che, per quanto avversari di Mihailovic, si rendevano conto che l’unione delle forze di Nedic e Mihailovic aveva consentito di evitare l’affermazione di un predominio comunista in Serbia”(Cristopher Cviic, Rifare i Balcani, p. 35). Ciò fu possibile anche perché la maggioranza dei serbi residenti nel territorio della Serbia riteneva che una politica di basso profilo fosse più in linea con gli interessi nazionali della Serbia e preferibile agli incauti tentativi rivoluzionari posti in atto dai comunisti che avrebbero potuto condurre a massicce rappresaglie da parte delle forze di occupazione e alla distruzione incontrollata del territorio.

“Alla base di ciò stava la percezione di molti serbi (e sicuramente dei cetnici) che il principale pericolo per la Jugoslavia non fosse effettivamente costituito dai tedeschi, dagli italiani e dai loro alleati, dai bulgari e dagli ungheresi, ma piuttosto dagli altri jugoslavi, in modo particolare i croati (sia di quanti partecipavano alla lotta partigiana che degli altri che avevano aderito al regime-fantoccio.), i musulmani della Bosnia e gli albanesi.(…) La preferenza accordata dalle forze di Mihailovic ad una politica temporeggiatrice, basata su di un mix di collaborazione e di debole resistenza alle forze di occupazione da parte dei cetnici reclutati su base locale, ebbe rilevanti conseguenze nel lungo periodo. La collaborazione con gli italiani e a volte perfino con gli stessi tedeschi – e, dopo il 1942, la partecipazione di unità di cetnici ad operazioni condotte da Italia e Germania contro i partigiani di Tito – screditarono il movimento agli occhi degli inglesi, i cui interessi erano soprattutto di tipo contingente: lo scontro miilitare in corso tra le forze terrestri e le potenze dell’Asse. In questo ambito essi erano pronti a fornire il proprio appoggio a chiunque fosse disposto ad uccidere il maggior numero di tedeschi. Da questi piani rimasero logicamente esclusi fin dall’inizio tutti quegli anticomunisti in Slovenia, Croazia e nella stessa Serbia che (per propria convinzione o in base a ragioni tatiche) si erano allineati in modo esplicito alle potenze dell’Asse. Ma ciò finì per provocare anche la sconfitta dei cetnici, sebbene gli inglesi giungessero alla decisione di interrompere gli aiuti loro destinati molto a malincuore e relativamente in ritardo – circa alla fine del 1943. La perdita del sostegno della Gran Bretagna fu un brutto colpo per i cetnici, sia dal punto di vista politico che da quello militare. Allo stesso modo, l’appoggio militare e politico della Gran Bretagna rappresentò uno degli elementi chiave della vittoria finale dei partigiani.(…) Non vi è alcun dubbio che l’impotenza politica di Mihailovic derivò dalle caratteristiche di tipo pan-serbo del suo programma, che lasciava presagire le future epurazioni che sarebbero avvenute nei “territori serbi” (che includevano la Bosnia, l’Erzegovina, e vasta parte della Croazia) contro i non appartenenti a quell’etnia (Ibidem, pp. 36-38).

Ricordiamo che i cetnici per quattro anni interi (1941-45) esercitarono il terrore sulla popolazione che aiutava l’esercito di liberazione popolare e le formazioni partigiane, che “massacrarono decine e decine di migliaia di uomini, donne, ragazzi e ragazze in Serbia, Montenegro, Bosnia- Erzegovina e altre regioni (…) Già nel 1941, ma anche dopo, Mihajlovicordinò l’applicazione del genocidio su croati e musulmani, similmente a ciò che facevano gli ustascia e le milizie musulmane create dagli ustascia nei confronti dei serbi. Così il 3 agosto 1943 nel territorio di Ustikolina furono trucidati duemila musulmani. In data 10 gennaio 1943 nel ditretto di Prijeoplje furono bruciati 33 villaggi musulmani e uccise circa 1400 persone; a Foca e nei dintorni furono trucidate più di 10000 persone; nei dintorni di Prozor il 23 ottobre furono trucidate circa duemila persone, oltre a molti altri simili crimini compiuti dai cetnici sulla popolazione musulmana e croata.)”( Da M.Minic,I cetnicie il loro ruolo nel periodo della guerra popolare di liberazione 1941-45, Belgrado 1982, Centro editoriale Kominist, pp. 89-90, citato nella rivista Limes, n°1, 94, pag.249. Minic, ex ministro per gli affari estei e vicepresidente del governo jugoslavo fu pubblico ministero nel processo del 1946 a Mihailovic e ad altri comandanti cetnici).


 

 

10. LA RESISTENZA DI TITO

“Al contrario, Tito si pose a capo di un’ampia coalizione al cui interno erano rappresentati serbi e non serbi, su base paritaria. Oltre a coloro che professavano un’ideologia antifascista, indipendentemente dalla propria nazionalità, ciò contribuì ad attrarre:

a) Sloveni, il cui paese era stato frazionato dal Terzo Reich e dall’Italia fascista, nell’ambito del “nuovo ordine” propugnato da Hitler mettendone in pericolo la vera e propria sopravvivenza nazionale;

b) Serbi che provenivano dalla Croazia, dalla Bosnia e dall’Erzegovina, sotto la minaccia dello sterminio da parte del regime ustascia. Ma non tutti i serbo-croati in fuga dal regime di Pavelic finirono per infoltire le schiere dei partigiani di Tito. Alcuni di loro si unirono alle milizie cetniche, soprattutto nelle regioni meridionali sotto il controllo delle truppe italiane, in particolare intornioo a Knin. Le autorità italiane ne finanziarono l’arruolamento nelle truppe ausiliarie necessarie sia a contrastare la guerriglia partigiana sia ad evitare che il governo croato in carica potesse imporre la propria autorità su territori croati sottoposti all’occupazione italiana ma non annessi formalmente dall’Italia.

c) Croati, provenienti soprattutto da regioni meridionali annesse dall’Italia e successivamente, dal 1942 in poi, anche da altre. Il più importante serbatoio per il reclutamento di partigiani consisteva in croati che erano stati richiamati in servizio nell’esercito regolare croato – i cosiddetti domobrani – (o difensori della patria) – che si misero regolarmente e in gran numero a disposizione di Tito, insieme ai loro ufficiali, alle armi e agli equipaggiamenti. I partigiani furono inoltre aiutati dalla reazione dei croati contro le atrocità compiute dai cetnici, soprattutto nella parte meridionale della Croazia e della Bosnia.

d) Musulmani della Bosnia, nonostante le offerte di collaborazione di Pavelic – per il quale essi erano il “fior fiore della nazione croata” – il quale fece perfino erigere loro una moschea nella città di Zagabria, la capitale a maggioranza cattolica della Croazia. Ben presto, perfino quei musulmani dei quali Pavelic aveva inizialmente cercato l’appoggio iniziarono a defilarsi, dopo aver potuto constatare la natura autoritaria del suo regime. Ciò che contribuì ad agevolare il loro avvicinamento al regime di Tito fu la promessa dell’autonomia della Bosnia e dell’Erzegovina e, come già si era verificato per i croati, la necessità di trovare protezione nei confronti dei cetnici, di orientamento fortemente antimusulmano.

e) macedoni, delusi dalla natura del regime bulgaro e attratti dalla promessa formulata da Tito della creazione di una repubblica macedone nell’ambito della federazione jugoslava che sarebbe emersa dal dopoguerra.

f) albanesi del Kosovo, contattati con difficoltà e con notevole ritardo con la richiesta di unirsi alle milizie di Tito da comunisti albanesi che auspicavano di potersi riunire allo stato albanese” (Ibidem, pp. 36-39).

 


11. LA JUGOSLAVIA CON TITO

Tito condusse la guerra di liberazione e si trovò alla fine della guerra alla guida del Paese, che trasformò in “Repubblica Popolare e federale”, uno Stato socialista e federale, costituito cioè da repubbliche indipendenti ma legate tra loro in un’unica formazione politica. Egli affermò l’esigenza di conquistare “libertà, uguali diritti e fratellanza per tutti i popoli della Jugoslavia”. E’ sintomatico che il parlamento provvisorio convocato nell’agosto del ’45 votò alcune leggi fondamentali tra le quali assume un’importanza fondamentale quella sugli “Atti contro il popolo e lo stato” che minacciava pene severissime per ogni propaganda di carattere etnico.

“Il concetto di “fratellanza ed unità” sembrava dunque trionfare un’altra volta non per germinazione spontanea, ma per imposizione dall’alto. Esso mascherava però una realtà ben diversa, caratterizzata dal sospetto nei confronti di ogni manifestazione di sentimento nazionale non “jugoslavo”, e dalla discriminazione, più o meno esplicita, degli albanesi, degli ungheresi e di altre minoranze nazionali; soprattutto bloccava qualsiasi possibilità di una franca, per quanto dolorosa, discussione sui recenti conflitti interetnici, impedendo di arrivare, con l’oggettivazione, al loro superamento” (Pirjevec, op. cit., p. 209).

Lo stato fu organizzato in senso federale con cinque repubbliche “nazionali”, Slovenia, Croazia, Serbia, Macedonia e Montenegro; a queste fu aggiunta, tenendo in debito conto la sua forte popolazione musulmana e croata, anche la Bosnia-Erzegovina, sebbene i serbi aspirassero ad annettersela quale compenso per il riconoscimento della nazione montenegrina e macedone. “La ristrutturazione dello Stato andava così soprattutto a svantaggio dei serbi, che tornarono ad essere divisi da frontiere amministrative, e si trovarono ad essere “minoranza” in Croazia e in Macedonia, perdendo inoltre il controllo sul Montenegro. Ad essi fu imposto, in nome della pace etnica, anche un altro sacrificio: la mistilingue Vojvodina, infatti, venne proclamata provincia autonoma nell’ambito della repubblica serba, mentre al Kosovo ribelle venne riconoosciuto lo status di circoscrizione autonoma, con prerogative più limitate. Va detto, comunque, che i costituenti non dedicarono molta attenzione alle questioni etniche, convinti che si trattava di un problema “borghese” di secondaria importanza, superabile grazie alla forza unificatrice dell’internazionalismo socialista. In un primo momento, pensarono addirittura di non inserire nella costituzione quell’articolo del modello sovietico, che riconosceva alle repubbliche il diritto all’autodeterminazione e alla secessione; nella versione definitiva, però – proclamata il 31 gennaio 1946 – tale diritto fu reintrodotto, dietro insistenza degli sloveni. Ma né questa formula rituale né i continui richiami a “unità e fratellanza”, potevano nascondere il fatto che la nuova realtà socialista, nonostante il conclamato federalismo, era fortemente centralizzata, e che il nucleo serbo-montenegrino – avendo dato la sua impronta alla lotta di Liberazione – era in grado di imporre un’altra volta il proprio modello di civiltà a quello sloveno – croato. E’ vero che ai massimi livelli gli esponenti di questi due gruppi etnici erano rappresentati in modo più che soddisfacente, ma è anche vero che le leve del potere erano manovrate pur sempre dai serbi, riconosciuti, in certo qual modo, come i russi nell’Unione sovietica, quala nazione guida dello Stato” (Pirjevec, op. cit., pp. 214-215).

 


12. LA STRUTTURA DELLA REPUBBLICA FEDERALE JUGOSLAVA

Il principale organo esecutivo era il governo federale, accanto al quale venne prevista una presidenza, che aveva il diritto di interpretare e sanzionare le leggi e di emanare decreti. Il parlamento, diviso in due camere, quella federale e quella delle nazionalità, doveva riunirsi solo due volte all’anno. Esso era in pratica privo di poteri, e incaricato di ratificare le leggi presentate dal governo e i decreti emanati dalle presidenza.

La costituzione limitava al massimo la proprietà privata e proclamava quella pubblica fondamento dell’economia nazionale. La nazionalizzazione e il sequestro di miniere, banche, società di assicurazioni, ferrovie, industrie e imprese commerciali si svolse in quegli anni a ritmo accelerato.

Un’altra caratteristica che improntò il nuovo stato fu l’indipendenza da Mosca. Tito, forte del prestigio acquisito durante la guerra di liberazione, mantenne infatti una linea di autonomia dall’Urss, rifiutando, nonostante le pressioni esercitate da Stalin nel 1948, un’integrazione nel blocco orientale*. Lo “scisma” di Tito, duramente condannato da Stalin, consentì negli anni successivi alla Jugoslavia di tentare la costruzione di una forma originale di socialismo e di assumere una posizione di “non allineamento” nel panorama politico internazionale. Tito contrappose in primo luogo al modello sovietico burocratizzato e centralizzato un’originale struttura di sviluppo socialista incentrata sull’autogestione delle imprese e sul più ampio decentramento del potere statale. Inoltre la posizione autonoma di Tito rispetto alla Nato e al Patto di Varsavia* gli permise di svolgere un importantissimo ruolo nel Movimento dei Paesi non allineati*. Il Movimento non a caso tenne il suo primo congresso a Belgrado nel 1961 e, al suo interno, Tito sviluppò un’intensa azione diplomatica in tutto il terzo mondo, intrecciando rapporti stretti con Paesi come l’Egitto di Nasser, l’India di Nehru, la giovane Algeria.

Fermiamoci ora un momento a considerare gli elementi che per trentacinque anni garantirono la conservazione dell’unità interna e dell’indipendenza nazionale (indicati da Cviic, op. cit., pp. 102-103)

1) la presenza di un leader forte e carismatico, capo incontrastato del Partito comunista

2) la volontà di difendersi dall’influenza sovietica, che aveva portato Tito allo scisma verso l’Urss nel 1948 e aveva funzionato da fondamentale elemento di coesione tra i sostenitori del regime di Tito e i suoi oppositori.

3) una crescita economica in atto, fattore importante di consenso nelle diverse regioni del Paese

4) il fatto che l’opinione pubblica internazionale era favorevole all’esistenza della Jugoslavia. Durante la guerra fredda, la Jugoslavia era stata un importante punto a favore dell’Occidente, che – pur di garantirne la sopravivenza – era pronto a pagare di tasca propria. Ricordiamo che fin dal 1945 la Jugoslavia riuscì a beneficiare di un grande volume di aiuti occidentali (prevalentemente americani) Dal punto di vista dei paesi occidentali, la politica di “mantenere Tito a galla” e quindi allontanare la Jugoslavia dall’Unione sovietica costituì un modo relativamente agevole per rafforzare la difesa dell’Italia e sottolineare la posizione strategica dell’alleanza occidentale nel fianco sud del Mediterraneo.

 


13. LA RIPRESA DEI MOVIMENTI NAZIONALISTICI E LA CRISI ECONOMICA. IL DOPO TITO

“Il modello di sviluppo che la Jugolavia aveva imboccato funzionò bene soprattutto negli anni ’60, quando il Paese fece un reale balzo in avanti sul piano economico e sociale. Ma gli anni ’70 si aprirono sotto il segno di due fattori di difficoltà: la crisi economica e la ripresa dei movimenti nazionalisti.

Gli anni ’70 si aprirono sotto il segno di due fattori di difficoltà: la crisi economica e la ripresa dei movimenti nazionalisti. Le difficoltà economiche si diffusero in Jugoslavia, così come in tutta Europa, anche in seguito alla crisi di Suez del 1973*. La particolare struttura economica delle repubbliche jugoslave, che erano in larghissima parte segnate dalle diverse eredità del loro passato, fece sì che esse risentissero in maniera differente della crisi: Slovenia e Croazia, avendo un’economia e un’industria maggiormente integrate rispetto all’area tedesca ed italiana, riuscirono a contenere gli effetti dei problemi economici che colpirono molto di più le altre repubbliche jugoslave. Il divario economico esistente all’interno del Paese tra il nord (ex impero asburgico) e il resto della federazione (ex impero ottomano) andava così ampliandosi.

Già nel 1971, intanto, la repubblica croata aveva manifestato insofferenza verso lo Stato federale rivendicando più ampi margini di autonomia. Supportate da un forte movimento popolare, queste rivendicazioni minacciavano di mettere in pericolo l’unità della Jugoslavia, tanto che Tito intervenne con la forza a reprimere il movimento, epurando anche i vertici comunisti solidali con gli autonomisti.

Per allentare la tensione nazionalista che intanto, per reazione o per simpatia con le rivendicazioni croate, si manifestava anche nelle altre repubbliche, nel 1974 fu varata una nuova Costituzione che ridimensionava moltissimo i poteri del governo centrale di Belgrado, ridotto a un puro coordinamento, mentre ai governi nazionali venivano demandate tutte le questioni più importanti in materia sociale ed economica.

Si tenga inoltre presente che le sei repubbliche della federazione già dal 1968 disponevano di un proprio esercito (le milizie nazionali) che si affiancava all’esercito federale ma non dipendeva da esso. Le milizie nazionali furono volute da Tito quando egli, a seguito dell’invasione della Cecoslovacchia, temendo medesima sorte per la Jugoslavia, volle dotare il Paese di una struttura difensiva di tipo partigiano ed autosufficiente.

Le sei repubbliche, a questo punto, avevano già molte delle attribuzioni proprie degli Stati sovrani: controllo dell’economia (dal 1975 anche della moneta) e della legislazione sociale, propria lingua, proprio esercito” (S. Pace, G. Olivetta, Cronache della storia, pp. 91-92).

Quando Tito morì, nel 1980, gli elementi della crisi profonda del Paese erano già tutti presenti e la coesione della federazione si incrinò; il vecchio padre della patria era spesso riuscito a mascherare o a ricomporre gli aspetti più dirompenti delle tensioni. Ma alla sua morte essi emersero con drammaticità. Le difficoltà crescenti dell’economia acuirono gli squilibri esistenti tra le varie zone del paese e il paese fu colpito da una gravissima inflazione che alla metà degli anni ’80 arrivò a superare il 100 per cento annuo.

Un altro elemento di crisi fu il declino dei regimi comunisti nei paesi dell’Europa orientale: ciò favorì le pressioni per una maggiore democrazia politica e, da parte di alcune etnie, per una maggiore autonomia della federazione. Veniva dunque meno quella minaccia di un’aggressione sovietica che aveva costituto per anni una spinta all’unità.

“Per la sua successione Tito aveva strutturato una presidenza collegiale in cui la carica di Presidente della federazione sarebbe ruotata ogni sei mesi tra gli esponenti delle sei repubbliche. Ma la struttura non resse, travolta dall’emergere drammatico dei movimenti nazionalisti” (Ibidem, p. 93).

Le prime manifestazione della crisi si registrarono nel Kosovo, una regione della Serbia a statuto speciale e abitata prevalentemente da albanesi (80% della popolazione). Alle pressioni per una maggiore autonomia la Serbia, governata in quegli anni da Milosevic, un leader comunista schierato su posizioni nazionaliste, risponde con una dura azione repressiva.

“Nel 1990 la delegazione slovena al congresso della lega dei Comunisti abbandonò i lavori rifiutando di riconoscersi in una struttura sovranazionale. Ciò provocò la scomparsa della Lega stessa e, quindi, dell’unico collante politico che era rimasto per tenere unite le repubbliche. Infatti, le elezioni politiche del 1990 che, in mancanza di un partito comunista ormai inesistente, si svolsero su base pluripartitica, videro l’affermazione in ogni repubblica dei partiti nazionalisti, e fu proprio in questi anni (1990-91) che i parlamenti delle repubbliche approvarono statuti che prevedevano poteri legislativi ed esecutivi sovrani, causando una forte crisi del potere federale.

 Oltretutto, lo scontro politico che si aprì tra le repubbliche fu violentissimo. Le sedi politiche federali erano ormai divenute un luogo di contrapposizione tra i vari esponenti nazionali, ognuno dei quali tendeva ad interpretare a proprio uso e consumo le norme di coordinamento federale.

 Il 25 giugno 1991, Slovenia e Croazia si dissociarono dalla federazione, proclamando la propria indipendenza e dando così il via ad una sanguinosa guerra civile. (…)

 Il 15 gennaio 1992, ritenendo soddisfatti i requisiti essenziali (garanzie sul rispetto dei diritti umani delle minoranze che vivono nelle repubbliche e rispetto dei confini storicamente consolidatisi tra le repubbliche) i governi della Cee (tranne la Germania che già lo aveva fatto nel dicembre precedente) hanno riconsciuto l’indipendenza di Slovenia e di Croazia intraprendendo rapporti a livello di ambasciata.

 Il 2 marzo 1992 si è tenuto nella Bosnia Erzegovina un referendum per proclamare la propria indipendenza, al quale non ha partecipato la minoranza serba. Si è recato alle urne poco più del 50% della popolazione ed hanno vinto i sì. Quasi immediatamente la Bosnia ha ottenuto dalla Cee e dall’Onu il riconoscimento della propria indipendenza.

 Il 27 aprile 1992 la Serbia e il Montenegro si sono federate, dando vita alla Confederazione jugoslava. A questo punto, solo la Macedonia restava in una poszione giuridica sospeasa, in una specie di limbo paradossale. Non avendo aderito ala nuova Confederazione e non avendo ricevuto nessun riconscimento internazionale, questa repubblica si ritrovava solo con la proclamazione unilaterale della propria indipendenza.

 


14. LE CAUSE DELLA CRISI DELLO STATO JUGOSLAVO

“Le cause della disgregazione della Jugoslavia nel 1991-92 sono numerose, ma la principale è consistita nel suo ripudio – per lo meno nella forma che essa aveva assunto- da parte delle prpincipali nazioni che la costituivano e da parte di potenti gruppi di intersse come l’Esercito nazionale jugoslavo, che non la ritenevano in grado di soddisfare le loro esigenze e aspirazioni, estremamene differenti e spesso in conflitto tra loro. Per i serbi, l’etnia più numerosa, il problema principale consisteva nel fatto che c’era “troppa poca Jugoslavia” e che quel che c’era era troppo allentato e non funzionava come una vera e propria “federazione”; pertanto (perché essa potesse sopravvivere) era indispensabile rafforzarne la centralizzazione. Questa prospettiva era condivisa dall’esercito – le cui gerarchie erano composte prevalentemente da ufficiali serbi – che aveva cominciato a sentirsi minacciato sia dal punto di vista ideologico che da quello professionale dall’insieme degli avvenimenti successivi alla moerte del Presidente Tito, che lo aveva creato durantela seconda guerra mondiale.

La maggioranza non-serba delle altre repubbliche la pensava invece in un altro modo, ritenendo che ci fosse ancora “troppa Jugoslavia”. I non serbi auspicavano quindi o la trasfermazione della Jugoslavia in una libera “confederazione” di stati sovrani, che avessero tra loro rapporti di collaborazione analoghi a quelli vigenti all’interno del Mercato comune europeo o, se ciò non fosse stato possibile, la frantumazione della Jugoslavia in stati completamente indipendenti” (C. Cviic, op. cit., pp.101-102).

 


15. LE VICENDE DELLA SERBIA

I serbi rappresentavano l’etnia più popolosa dello stato jugoslavo (circa il 36% dell’intera popolazione). Per anni, le più violente contestazioni allo stato jugoslavo sono provenute da loro, ma esse si sono manifestate con la massima chiarezza nella bozza di Memorandum predisposta nel 1985-86 da un gruppo di membri dell’Accademia delle scienze serba. Tre le principali critiche alla Iugoslavia voluta da Tito (cfr. Cviic, op. cit., pp.103 e segg.)

1) la presunta discriminazione politica attuata dal governo federale nei confronti dell’economia serba e l’egemonia esercitata fin dal 1945 da Croazia e Slovenia, le due repubbliche occidentali, sulle principali decisioni di politica economica.

2) la tripartizione della Serbia voluta da Tito nella costituzione del 1974: la Serbia vera e propria e le province autonome della Vojvodina e del Kosovo. Queste due province erano state create sin dalla nascita del regime ma solo dopo il 1974 avevano potuto partecipare direttamente ai processi decisionali del governo federale, in piena autonomia dalla Serbia.

3) la presunta politica anti-serba attuata in Kosovo da “separatisti” e “irredentisti” albanesi (grazie al sostegno delle repubbliche non-serbe), nella quale gli autori individuavano la causa di un progressivo esodo della componente serba. Il Kosovo è a stragrande maggioranza albanese e, pur essendo poverissimo, riveste una grande importanza strategica per la Serbia: combattere il nazionalismo albanese, significa, per i serbi, non correre il rischio che il Kosovo possa un giorno rendersi indipendente e chiedere magari l’annessione all’Albania, impedendo quindi alla Serbia sia di espandersi, sia di controllare il sud del paese.

Gli autori sostenevano anche l’esistenza di una politica discriminatoria nei confronti dei serbi residenti in Croazia e chiedevano un ‘inversione di rotta; in particolare l’abrogazione della Costituzione del 1974 che aveva consentito a Kosovo e Vojvodina di trasformarsi di fatto in repubbliche. “Il Memorandum non conteneva un rifiuto da parte dei serbi della Jugoslavia in quanto tale, ma solo della presunta struttura in chiave anti-serba disegnata da Tito. Alla base di questa violenta reazione dei serbi contro la Jugoslavia di Tito vi era una nostalgia quasi palpabile per la precedente monarchia jugoslava.(…) Il Memorandum dell’Accademia di Serbia, respinto dal resto della Jugoslavia in quanto ritenuto un assemblaggio di ipotesi faziose e propagandistiche, è oggi unanimemente considerato dai serbi un documento fondamentale, la moderna versione del Naceranije (documento-quadro), il programma nazionale della Grande Serbia predisposto nel 1844 da Ilija Garasanin, ministro degli interni serbo. Secondo Garasanin, il nuovo stato avrebbe dovuto essere il successore dell’effimero stato serbo esistito nel XIV secolo sotto la monarchia di Stefan Dusan, favorendo la riunione di tutti i serbi. Ma Garasanin non si riferiva solo a questi ultimi (e ai montenegrini, ortodossi come i serbi e tradizionalmente parte della stessa nazione), ma anche ai croati, ai musulmani bosniaci e ai macedoni.

Se da un lato il Memorandum forniva le basi teoriche per la riaffermazione dell’egemonia serba nella Jugoslavia del dopo Tito, a passare all’azione fu Slobodan Milosevic, che assunse la leadership del partito comunista serbo nel 1986, l’anno della pubblicazione del Memorandum. L’anno successivo egli fu acclamato come l’uomo giusto da porre alla testa di ciò che i serbi cominciavano a definire treci srpski ustanak (la terza riscossa serba), in riferimento alla due rivolte del XIX secolo contro i turchi. Milosevic, un comunista dalla linea dura ma anche abile politico e populista – consapevole delle frustrazioni dei serbi- iniziò la sua campagna revanscistica tra le minoranze serbe del Kosovo.”( C. Cviic, op. cit. , pp. 105-106).

Con il pretesto di difendere la minoranza serba ivi residente, il Kosovo venne infatti invaso (1987) e poi annesso alla Serbia. Il progetto della “riscossa serba” venne accolto con grande favore anche dalle minoranze serbe che vivevano in Croazia, in Bosnia-Erzegovina. Queste, anzi, vennero invitate da Milosevic a mobilitarsi contro i governi delle repubbliche in cui vivevano. “Il successo di Milosevic nel presentarsi come l’indispensabile campione dell’etnia serba in tutta la Jugoslavia favorì in modo determinante la sua vittoria elettorale nelle prime elezioni multipartitiche indette in Serbia, nel dicembre 1990. Egli fu infatti rieletto alla presidenza a larga maggioranza e, sulla sua scia,il Partito socialista serbo (l’ex Partito comunista) vinse le elezioni, grazie anche allo stretto controllo esercitato sui media, ad alcuni brogli e, non da ultimo, all’aiuto indiretto ricevuto dal boicottaggio in massa delle elezioni da parte dell’etnia albanese del Kosovo. Da quel momento, la posizione di Milosevic è rimasta forte, anche perché, nonostante dissensi su temi di vario tipo, sulla questione cruciale del programma nazionale per una grande Serbia la politica del regime gode anche del sostegno dell’opposizione non comunista. Per le altre etnie, peraltro, tutta la controffensiva serba (…) ha avuto l’effetto di rafforzare le tendenze anti -jugoslave, già forti in Slovenia e in Croazia.”( Ibidem, pp. 108-109.).


 

16. L’AUTONOMIA DELLA SLOVENIA

Alla dichiarazione di indipendenza della Slovenia la reazione serba è stata alquanto blanda. La Slovenia, infatti, ha un territorio molto limitato e una popolazione inequivocabilmente slovena. La Repubblica aveva vari motivi di lagnanza che contribuirono al suo progressivo distacco dalla Jugoslavia. Di natura economica, innanzitutto: con solo l’8% della popolazione complessiva, nel 1980 la Slovenia produceva un terzo del Prodotto nazionale lordo (Pnl) jugoslavo, insieme ad un quarto delle esportazioni complessive. Per questo essa richiese, senza successo, una riduzione del proprio contributo al pesante bilancio federale (le cui voci erano rappresentate soprattutto dalle spese per l’esercito federale e la burocrazia statale). Inoltre gli sloveni dissentivano dall’occupazione serba del Kosovo, i cui costi gravavano su tutta la Jugoslavia anche se solo la Serbia aveva un interesse specifico in quella regione. C’è da aggiungere l’ostruzionismo economico praticato dai serbi (motivato da ragioni politiche, per punirla dalla pubblicazione di opinioni critiche sulla questione del Kosovo): boicottaggio dgli scmbi commerciali con la Slovenia, e dazi aggiuntivi sui beni di provenienza slovena. Tuttavia la principale preoccupazione slovena era di natura politica. La repubblica sentiva la minaccia della nascita di un nuovo regime centralizzato e di forte orientamento filo-serbo, sotto la dirigenza di Milosevic, con il rischio di vedere fortemente limitata la propria autonomia.

Al referendum del 23 dicembre 1990 una maggioranza schiacciante si espresse in senso favorevole alla proclamazione di una Slovenia indipendente e sovrana e la Slovenia dichiarò la propria indipendenza il 25 giugno 1991.

Lo stato maggiore dell’esercito federale prese la decisione di ricorrere all’uso della forza nei confronti della repubblica, poichè la presidenza collettiva della Jugoslavia, la sola ad avere l’autorità costituzionale per dare un ordine simile, era paralizzata. Infatti era stato posto il veto alla prevista elezione di Stipe Mesic, un croato, all’incarico annuale di presidente dell’organo collegiale. L’intervento in Slovenia, nonostante la superiorità di armi e di equipaggiamenti e il controllo totale dei cieli, non si concluse bene per l’esercito federale. Dopo tre settimane venne sconfitto.

 


17. LA CROAZIA

La Serbia, invece, non è stata disposta ad accettare una secessione croata senza discutere i confini precedenti.

Con Cviic ripercorriamo velocemente la storia della nazione dalla fine della seconda guerra mondiale. La Croazia si è sempre sentita minacciata dalla “serbizzazione” culturale e politica, anche perchè, a differenza degli sloveni isolati sia dal punto di vista geografico che linguistico dal resto della Jugoslavia, la Croazia confina direttamente con la Serbia e la sua popolazione è per un 11,6% serbo-croata. Nonostante la partecipazione massiccia alla lotta di liberazione, i croati si sono sentiti alienati nell’ambito della loro stessa repubblica della federazione jugoslavia, e sospettati di un attaccamento non autentico alla Jugoslavia. Una spiegazione di ciò era che i serbo-croati, nei quali era ancora vivo il ricordo dei tentativi di sterminio perpetrati dal regime di Ante Pavelic durante la guerra, erano in posizione dominante nel partito, nella polizia, nella influente associazione degli ex partigiani e nei posti chiave del management e della burocrazia croata. ( cfr C. Cviic, op. cit., pag. 114). “Tutte le manifestazioni di nazionalismo dei croati venivano considerate dalle autorità come minacce alla “fratellanza ed unità” e tacciate di estremismo nazionalista. Ciò è quanto si verificò anche nel 1967 quando un gruppo di studiosi croati sottoscrisse una “Dichiarazione sulla lingua” in cui si auspicava il riconoscimento costituzionale del croato e la piena eguaglianza delle quattro lingue – croato, macedone, serbo e sloveno – con la pubblicazione delle leggi federali in tutte e quattro queste lingue (solo tre delle quali erano, all’epoca, riconosciute ufficialmente: serbo-croato, sloveno, macedone); richiedeva anche l’introduzione del croato nelle scuole e nei mass-media di tutta la repubblica al posto del serbo croato rifiutato come dimostrazione di “centralismo jugoslavo”. La dichiarazione provocò un’aspra contestazione e molti dei firmatari del documento furono espulsi dal partito.

Abbiamo già parlato del movimento autonomista del ’71 e della purga del regime titoista. Essa ebbe l’effetto di soffocare la vita politica e culturale in Croazia e di rafforzare i sentimenti indipendentisti della repubblica.

Tali aspirazioni trovarono piena espressione nella prima elezione multipartitica del primo maggio 1990, con l’affermazione dell’Unione democratica croata (HDZ), un partito di centro destra guidato da Frannjo Tudjman, uno storico, già generale all’epoca di Tito. Nell’ottobre del ’90 Croazia e Slovenia proposero di trasformare la Jugoslavia in una federazione, ma la proposta venne respinta in modo sbrigativo dalla Serbia. Il 25 giugno 1991, dopo un referendum popolare, la Croazia proclamò la propria indipendenza e dichiarò di essere pronta alla secessione qualora non si fosse giunti ad un accordo su una libera confederazione. Alla dichiarazione di indipendenza seguì la ribellione armata contro il governo non comunista croato da parte di militanti serbi dell’area di Knin nell’alta costa adriatica. “Dopo aver indetto il proprio referendum sulla questione dell’autonomia, i serbi degli 11 distretti a maggioranza serba proclamarono la loro autonomia, creando una regione denominata Kraijna (dal nome Vojna Kraijna – regione militare – attribuito dagli Asburgo ai distretti militari che esistevano lungo i confini con l’Impero turco). Gli irregolari di Knin – chiaramente ben equipaggiati e coordinati – sabotarono numerosi collegamenti ferroviari e stradali tra Zagabria, la capitale della Croazia, e la costa adriatica, gettando nel caos i flussi turistici. Con l’aperto appoggio di Milosevic da Belgrado (e con quello discreto delle unità militari jugoslave dislocate nell’area) i serbi della Kraijna proclamarono nel 1991 la loro annessione alla Serbia, le cui autorità ne presero atto senza giungere ad un riconoscimento formale.

Nella prima metà del 1991 i serbi lanciarono apertamente la loro sfida. Milizie irregolari crearono zone franche serbe anche in altre aree, come la Slavonia e la Croazia settentrionale. Tutte le volte in cui la polizia croata veniva inviata in queste zone, l’esercito jugoslavo veniva mobilitato rapidamente per presidiarle, giustificando la sua presenza con la necessità di “arrestare” i conflitti etnici. Sebbene l’esercito fosse costituito da coscritti provenienti da tutte le regioni del paese e da tutte le minoranze nazionali jugoslave, si stima che il 70% dei suoi ufficiali fosse di nazionalità serba ( i serbi rappresentavano il 36% della popolazione dellla ex Jugoslavia). (…)

La”sporca guerra” croata si trasformò, nel luglio 1991, in un conflitto su vasta scala, subito dopo la conclusione della crisi in Slovenia. Essa provocò migliaia di caduti, più di un milione e mezzo di rifugiati e una quantità impressionante di danni materiali, con la distruzione parziale o completa di interi villaggi e città. Una delle città croate ad essere completamente distrutte fu Vukovar, sul Danubio, conquistata dalle milizie serbe nel novembre 1991 dopo un assedio durato parecchi mesi. La guerra si è conclusa nel gennaio 1992, con il passaggio di circa un terzo della Croazia sotto il controllo della Serbia.”( Ibidem, pp. 116-118).

 


18. LA SORTE DELLA BOSNIA – ERZEGOVINA

L’intreccio etnico proprio dello stato jugoslavo è particolarmente accentuato in questa regione: sul suo territorio, infatti, abitato prevalentemente da musulmani, risiedono anche consistenti comunità serbe e croate.

“I due milioni e mezzo di musulmani (secondo i dati preliminari del censimento del marzo 1991), l’etnia più popolosa della Bosnia-Erzegovina, erano stati favorevoli alla spinta al decentramento dell’ultima versione della Jugoslavia di Tito, ma estremamente contrari a una Jugoslavia fortemente centralizzata e dominata dai serbi. I loro dirigenti, designati dalle elezioni libere del novembre 1990 – nelle quali il Partito di azione democratica raccolse la quasi totalità del voto musulmano – si sono espressi a favore di un modello di libera confederazione di stati sovrani, sul tipo di quella auspicata da Croazia e Slovenia. Ma ciò non ha fatto che irritare i serbi più militanti della Bosnia-Erzegovina e il regime di Milosevic a Belgrado.

Nell’aprile 1991 una serie di circoscrizioni della Bosnia occidentale, a maggioranza serba, hanno deciso di istituire un’enclave autonoma all’interno della Bosnia-Erzegovina, sul modello della Krajina serba in Croazia. I musulmani ritenevano che tale regione costituisse un passo preliminare per la creazione di una grande Serbia destinata ad inglobare la Bosnia-Erzegovina. Il loro timore era che tutto ciò avrebbe favorito le rivendicazioni dei croati dell’Erzegovina occidentale per l’annessione alla Croazia, portando alla spartizione della Bosnia. La divisione della loro repubblica costituiva per i musulmani un terribile incubo nel quali essi sarebbero stati le principali vittime – quantunque sia i serbi che i croati (in particolare i primi) avrebbero incontrato seri problemi a causa della complessa distribuzione ” a macchia di leopardo”‘ delle varie etnie della bosnia-Erzegovina. Sulla base dei dati dell’ultimo censimento nazionale (1981), i musulmani costituivano il 39,5% della popolazione della repubblica, seguiti dai serbi (32%) e quindi dai croati (18,4%). Nel 1981, in ben 23 distretti della repubblica nessuna delle tre etnie possedeva la maggioranza assoluta; in 32 i musulmani avevano la maggioranza assoluta; in 31 questa maggioranza era serba; mentre in 14 il predominio era dei croati. Tuttavia, nel decennio successivo, gli equilibri nazionali si sono modificati per effetto di un incremento della maggioranza musulmana, dovuto soprattutto al loro elevato tasso di natalità. La percentuale dei musulmani aveva raggiunto il 42-43% secondo i dati provvisori del censimento 1991. Ciò nonostante i musulmani non sono riusciti a raggiungere la maggioranza assoluta che avrebbe consentito loro di rivendicare il loro status di “repubblica nazione” con la Bosnia Erzegovina quale loro stato “nazionale”, ponendo i serbi e i croati nel ruolo di minoranze piuttosto che in quello di nazioni allo stesso livello, come è stato fino ad oggi.

La distribuzione non omogenea di questi gruppi nazionali aveva da sempre reso estremamente difficile l’ipotesi di una spartizione della Bosnia – a meno di non ottenerla con il ricorso alla forza. Ad esempio, la maggior parte dei serbi della Bosnia hanno vissuto per secoli non in zone contigue alla “madrepatria”, ma piuttosto nella parte occidentale e nord-occidentale della repubblica ai confini con la Croazia, separati dalla Serbia da vasti territori a prevalenza musulmana nella Bosnia centrale e orientale. Imusulmani sono sempre stati numerosi nelle regioni bosniache più vicine al fiume Drina, confine storico fra Bosnia e Serbia. (Ibidem pp. 119-120).


19. LA GUERRA IN BOSNIA

La Bosnia-Erzegovina è una regione strategica per il controllo del sud del paese ed è sede di importanti fabbriche d’armi. La perdita della regione non poteva quindi essere accettata dai vertici militari e dai dirigenti di Belgrado fedeli a Milosevic, per i quali la Bosnia era un elemento chiave nell’ambito del progetto della grande Serbia.

“I preparativi per conquistare la Bosnia erano già ad uno stadio avanzato, quando un referendum sulla questione dell’indipendenza veniva indetto per il 29 febbraio e per il 1° marzo 1992. Il 63% dei votanti votò sì. I croati e i musulmani della Bosnia si espressero a favore dell’indipendenza, ma la maggior parte dei serbi della repubblica (il 31% della popolazione) boicottò il referendum.

Il 6 aprile la Comunità europea riconosceva la Bosnia. Lo stesso giorno, mentre i cecchini serbi prendevano di mira i dimostranti per la pace a Sarajevo, la capitale, la presidenza bosniaca dichiarava lo stato d’emergenza. Il giorno seguente, dopo il riconoscimento della Bosnia anche da parte degli Stati Uniti, i serbi della Bosnia settentrionale proclamarono una repubblica serba “federata alla Jugoslavia”, mentre aerei militari jugoslavi bombardavano numerose città della regione e gruppi paramilitari serbi iniziavano un attacco su vasta scala contro numerose città della Bosnia orientale.

Il 14 aprile il presidente Izetbegovic denunciava che la Bosnia era oggetto di un’aggressione proveniente dall’esterno, coordinata da Belgrado e dai dirigenti serbi in Bosnia. IL 27 aprile egli invitava l’esercito a ritirarsi dalla Bosnia o a conformarsi alla richiesta formulata dal governo bosniaco, in base alla quale le forze militari di stanza in quella regione sarebbero state integrate nella milizia territoriale bosniaca.

Il generale Zivota Panic, capo di stato maggiore di Belgrado, replicava che l’esercito sarebbe rimasto in Bosnia almeno per cinque anni. Tuttavia, il 19 maggio, il comando supremo ordinava da Belgrado il ritiro dalla Bosnia del personale militare di nazionalità serba o montenegrina. Si trattava in realtà di un’astuta mossa politica, esclusivamente di facciata: circa 14.000 soldati venivano ritirati dalla Bosnia ma circa 80.000, con armi ed equipaggiamenti pesanti, vi restavano, dopo essere stati formalmente trasferiti nelle forze militari della nuova repubblica serba. Essi vennero posti sotto il comando del generale Ratko Mladic, già comandante delle forze serbe nella cosiddetta Krajina drante la guerra in Croazia nel 1991. Rapidamente, le truppe del generale Mladi hanno circondato e cinto d’assedio Sarajevo. L’offensiva serba ha portato alla conquista di circa il 70% del territorio della Bosnia. Ma è stato un insuccesso in Erzegovna occidentale, dove la milizia locale croata sotto il comando del cosiddetto Consiglio di difesa croato (Hrvatsko vijece obrane), appoggiato da truppe musulmane fedeli al governo di Sarjevo e rifornite dalla Croazia, è riuscita a respingere l’attacco congiunto dell’esercito e delle forze paramilitari serbe. Le milizie di Mladic sono state costrette a ritirarsi da alcuni complessi militari e dalle fabbriche di armi localizzati nella Bosnia settentrionale e dell’Erzegovina occidentale, che sono cadute in mano ai musulmani e ai croati.

All’inizio del 1993 la guerra in Bosnia aveva provocato una quantità immmensa di distruzioni materiali e di sofferenze umane, come non si era più visto dai tempi della seconda guerra mondiale, superando anche le devastazioni della guerra in Croazia del 1991. La guerra in Bosnia aveva inoltre visto un’applicazione ancora più massiccia della politica di “pulizia etnica*” – l’espulsione con la forza dei non serbi dai territori destinati a far parte della futura Grande Serbia – che era già stata attuata in Croazia sia durante la guerra del 1991 che successivamente nei territori controllati dai serbi e posti sotto il controllo delle Nazioni Unite nei primi mesi del 1992, in attesa della conclusione di un accordo politico. (…) Tadeusz Mazowiecki, già primo ministro polacco, designato nell’estate del 1992 dalle Nazioni Unite come rappresentante speciale per i diritti umani nella ex Jugoslavia, ha messo sotto accusa soprattutto le milizie serbe per le atrocità commesse in Bosnia – e in particolare per il sistematico stupro di donne (soprattutto musulmane) e l’assassinio o la segregazione di un gran numero di civili in campi di concentramento e in condizioni disumane. Secondo il rapporto di Mazowiecki, tutte la parti in guerra si erano rese respnsabili di atrocità ma ciò che contrassegnava quella serba erano l’ampiezza e la sistematicità di queste crudeltà. Eminenti figure internazionali hanno poi lanciato appelli per sottoporre i responsabili di crimini di guerra ad una nuova Norimberga. Tra i principali imputati di tali delitti sono il generale Mladic, Radovan Karadzic, leader dei serbi della Bosnia e il presidente Slobodan Milosevic.” (Ibidem pp. 131-134).

 


 

20. GLI ACCORDI DI DAYTON

Nel corso del 1993, dopo il fallimento dei piani di pace Vance-Owen e Owen-Stoltenberg, la situazione jugoslava si avvia verso una fase di stallo, nel senso del proseguimento della guerra e dell’arresto del processo di pace. L’anno successivo segna la decisa presa in carico del caso da parte degli Stati Uniti e del presidente Clinton. A differenza delle diplomazie europee, insieme inclini ad esercitare la loro influenza e a rispettare, o a mostrare di farlo, una logica di equidistanza, gli USA adottano criteri di giudizio molto più drastici e partigiani. L’intervento statunitense prevede la punizione della Serbia, considerato paese aggressore, comporta quindi l’assistenza alla Croazia e la fine della guerra fra Croazia e Bosnia. Nel marzo 1994, a Washington, croato-bosniaci e bosniaci si uniscono in federazione e la neocostituita federazione si confedera con la Croazia (confederazione che risente del retropensiero dei croato-bosniaci, desiderosi di un’annessione alla Croazia). I nuovi rapporti croato-bosniaci hanno il merito di chiudere un fronte bellico non certo secondario (si pensi a Mostar) e di archìviare (temporaneamente? definitivamente?) l’ipotesi serbo-croata di spartizione della Bosnia; gli USA, contrari alla sparizione dello stato bosniaco e anche al sud ridimensionamento, appaiono obiettivamente schierati sulle posizioni della presidenza bosniaco-musulmana. Semplificato il quadro complessivo, gli Stati Uniti assumono una posizione forte nel Gruppo di contatto (USA, Russia, Germania, Gran Bretagna, Francia), impongono un profilo più alto e deciso alla presenza ONU, interessano la NATO all’aspetto militare-dissuasivo della questione e premono, attraverso l’inasprimento delle sanzioni, sulla Serbia perchè abbandoni le posizioni oltranzistiche dei serbo-bosniaci. Nel luglio dello stesso anno il Gruppo di contatto propone una nuova mappa per la Bosnia che prevede il 51% del territorio affidato alla federazione e il 49% all’entità serba, nonchè un regime particolare per il Distretto di Sarajevo. La diplomazia wnericana ha tuttavia in mente una sistemazione dell’area ancora diversa, che deve comunque emergere solo dopo la sconfitta politico-militare dei Serbi di Pale. E’ questa la sistemazione che gli USA impongono nel cosiddetto Accordo di Dayton sulle aree di controllo nel novembre 1995. Durante l’anno, consumato lo sganciamento della Serbia di Milosevic, si assiste alla sconfitta dei serbo-bosniaci, costretti ad abbandonare la Kraijna, che riescono tuttavia a liquidare le enclaves musulmane presenti nel loro territorio. La pax americana non è in ogni caso particolarmente punitiva nei confronti dei Serbi, penalizza piuttosto gli “alleati” musulmani: decise pressioni fanno sì che l’Accordo venga firtnato dai presidenti croato, bosniaco e serbo. L’applicazione dell’Accordo è garantita da truppe internazionali, presenza che ha ottenuto recentemente il mandato per un altro anno. A fronte dell’obiettivo successo della mediazione statunitense gravi perplessità perdurano mentre resiste l’ilnmagine complessiva di evidente precarietà dell’area. La recente crisi serba (attualmente, aprile ’97, non si sa quanto risolta) è destinata a mantenere ancora per qualche tempo una situazione fluida, mentre il rafforzamento e il miglioramento complessivo delle condizioni croate comporterà sicuramente il progressivo sbilanciamento della confederazione croato-bosniaca. A ben guardare tutto dipende dalla salute della suddetta confederazione: i recenti fatti di Mostar e le resistenze alla prevista visita del Papa a Sarajevo dimostrano chiaramente che l’alleanza croato-bosniaca è probabilmente destinata ad entrare in crisi. La scelta federativa croata è, presumibilmente, una scelta tattica che sta esaurendo la sua utilità; se sarà così la crisi jugoslava è destinata a riesplodere e a durare finchè la questione bosniaca non venga definitivamente risolta da un abbraccio serbo-croato.


 

21. LA GUERRA IN KOSSOVO

Dopo sfaldamento della Repubblica Federativa, Milosevic proclama la formazione di una Federazione Yugoslava formata da Serbia, Montenegro, regioni della Vojavodina e del Kossovo.

KOSOVO

– regione cuscinetto tra Serbia e Albania

– centro della religiosità ortodossa

– teatro di scontri tra serbi e aggressioni turche musulmane

– zona di emigrazione selvaggia da parte di albanesi disoccupati

– dopo sfaldamento R.F. Kossovari chiedono indipendenza (aspri confronti, episodi di violenza, tra esercito serbo e

UCK(Esercito liberazione Kossovo)

PREMESSE DELLA GUERRA

– 15 Gennaio 1999 : ritrovati nel Kossovo meridionale 45 cadaveri di albanesi uccisi con colpo alla nuca, William Walzer, capo osservatori OSCE(organizzazione per la sicurezza e cooperazione europea) chiede al Tribunale dell’Aja di inviare ispettori in Kossovo;

– 18 Gennaio: dura reazione di Milosevic, bombardamenti ai villaggi kossovari, governo di Belgrado emetto decreto per espulsione osservatori OSCE e vieta ingresso ispettori dell’Aja (pulizia di frontiera);

– 29 Gennaio: 24 separatisti rimangono uccisi in scontro armato tra esercito serbo e truppe UCK;

– Clinton immediatamente invia l’ultimatum a Milosevic: pace in Kossovo o bombardamenti;

– la NATO invita Milosevic a conferenza di pace al castello di Rambouillet per discutere su indipendenza Kossovo;

– il segretario generale dell’Alleanza, Javier Solana, se non viene raggiunto accordo, ha autorizzazione di far partire attacco;

 

CONFERENZA DI PACE DI RAMBOUILLET (6 APRILE-22 MAGGIO)

– l’UCK chiede il referendum che viene bocciato dal governo di Milosevic mascherato come rischio di perdita dell’identità nazionale;

– 20000 Kossovari protestano chiedendo indipendenza;

– fallisce primo tentativo di accordo tra le parti, rinvio al 15 Marzo;

– opinione pubblica influenzata da stampa internazionale che parla di stragi di massa di kossovari musulmani;

– 20 Marzo: esercito serbo attacca UCK, fallimento trattive di pace, Clinton convoca Consiglio di Sicurezza;

 

CONFLITTO IN KOSSOVO

– 24 Marzo 1999(0re 19,20) prima ondata di Cruise, lanciati da navi americane nell’Adriatico, colpisce città della federazione, Belgrado, Pristina e Podgorica;

– governo di Belgrado proclama stato d’emergenza e mobilitazione generale, Montenegro si dissocia dalla posizioni di Milosevic

– Eltsin contatta telefonicamente Clinton, protesta formale, ma nulla di fatto e chiede il ritiro dei rappresentanti russi dell’OSCE;

– 25 Marzo: nuova ondata di bombardamenti, superiorità tecnico-militare degli USA; governo di Belgrado si rifugia in bunker e dichiara rottura con USA, Francia, GB, Germania, ma non Italia(*);

– esercito Belgrado non cede e incita popolazione alla resistenza, fuga di profughi dal Kossovo in Albania, guerra civile fra culture diverse;

– NATO diffonde notizie di massacri spaventosi e rifiuta proposta di tregua in occasione della Pasqua; intervento inutile del Papa Giovanni Paolo II;

– 2 Aprile: attacco agli edifici del potere del governo di Milosevic, pesanti bombardamenti senza riguardi nei civili;

– Eltsin interviene minacciando rischio di III conflitto mondiale;

– 13 Aprile: intensificazione degli attacchi aerei e di terra;

– scoppia al confine albanese guerra tra soldati serbi e albanesi, rischio allargamento conflitto, la NATO risponde con embargo petrolifero e intensificazione bombardamenti;

– primi segnali di cedimento: il governo permette ispezioni alla Croce rossa internazionale, dissensi all’interno del governo;

– presidente del Montenegro minaccia secessione del suo paese se non finisce conflitto, procedono gli errori militari americani(ambasciata cinese);

– incontro tra Kofi Annan, segretario generale ONU, e Eltis Cernomyrdin che riesce a convincere Milosevic a soluzioni politiche, nasce KFOR(forza di pace della NATO sotto controllo ONU):60000 uomini dispiegati nel kossovo e ritiro truppe serbe dal kossovo in cambio fine bombardamenti;

– 9 Giugno 1999(ore 21,50) firmato l’accordo, fine del conflitto;

– autunno 2000: fine della dittatura di Milosevic e nuovo leader al governo Kostunica, Montenegro indipendente;

– tribunale dell’Aja emette mandati di cattura per crimini di guerra per Milosevic;

– inizio processo di Milosevic.

 


 

LESSICO ESSENZIALE DELLA QUESTIONE JUGOSLAVA

asse: termine con cui la propaganda del regime fascista indicava l’alleanza militare tra Italia e Germania (Asse Roma-Berlino) stipulata nel 1936 da Mussolini e Hitler e confermata dal “Patto d’Acciaio” del 1939

balcanizzare: ridurre un Paese a uno stato di disordine cronico o di frantumazione politica.

Boban Mate: presidente della sedicente repubblica croato-bosniaca dell’Herzeg – Bosnia, di fatto annessa alla Croazia.

cetnico: nazionalista monarchico serbo e montenegrino. Deriva da cetna=famiglia militare

cirillico (alfabeto): alfabeto slavo, rimasto in uso nelle popolazioni aderenti alla Chiesa ortodossa (Russi, Ucraini, Serbi, Bulgari); da S. Cirillo (827- 869) che, insieme a Metodio, evangelizzò i primi slavi.

Cominform: fu fondato nel 1947 come ufficio di informazione e di coordinamento tra i partiti comunisti di Urss, Polonia, Cecoslovacchia, Ungheria, Romania, Bulgaria, Frncia, Italia e Jugoslavia (espulsa nel 1948). Fino alla morte di Stalin (1953) si caratterizz• come uno strumento diretto di ingerenza sovietica nella vita degli altri partiti ccomunisti d’Europa. Fu sciolto nel 1956.

confederazione: è un tipo di unione fra stati, secondo la quale ciascuno degli stati membri conserva buona parte dei propri poteri e una personalità giuridica internazionale. Esempio: il Commonwealth britannico.

federazione: è un tipo di unione fra stati, secondo la quale solo lo stato federale ha personalità giuridica internazionale. Gli stati membri, inoltre, si spogliano di una serie di poteri, (politica estera, politica economica federale, politica monetaria, ecc.) a favore del “centro” federale. Esempi: Germania, Stati Uniti.

gardista: appartenente alla difesa territoriale croata, embrione dell’esercito regolare croato.

Hos: milizie fasciste fedelissime a Dobroslav Paraga, giovane rampollo dell’ultra-destra, leader del partito croato dei diritti, che si ispira al fascismo cattolico di Ante Pavelic, il “poglavnik” (duce) della Croazia ai tempi dell’invasione nazi-fascista della Iugoslavia.

Izetbegovic Alija: Presidente bosniaco, leader del partito musulmano di azione democratica, nazionalista musulmano.

Jugoslavia: terra degli slavi del sud ( da “jug”= sud + “slavia”= terra degli slavi)

Karadzic Radovan: psichiatra, presidente della sedicente repubblica serbo-bosniaca di Bosnia, con capitale Pale, paese a pochi chilometri da Sarajevo.

Kosovo Polje: “Campo dei merli” , località dove nel giugno del 1389 il principe serbo Lazar fu sconfitto dai Turchi. E’ il “luogo sacro” del nazionalismo serbo, strumentalizzato da Milosevic e dalla sua corte.

Krajina: frontiera; territori a prevalenza serba costituitisi in repubbliche autonome all’interno della Croazia. Sono protetti da un “cordone sanitario” dell’Onu.

Milosevic Slobodan: presidente serbo, ex comunista riciclato in senso social-nazionale. Fautore della grande Serbia.

Modello jugoslavo: il sistema politico, economico, amministrativo rappresentato nella Costituzione del 1974, basato su un’ampia autonomia alle repubbliche e alle province e sulla elaborazione comune delle principali questioni politiche federali da parte dei soggetti autonomi. Sul piano economico, il sistema era basato su unità economiche “autogestite” dai lavoratori e dai dirigenti del partito comunista (fabbriche, supermercati, ristoranti, ecc.) e aperto al mercato occidentale.

ortodossa chiesa: denominazione assunta dalla Chiesa greca per caratterizzarsi e contrapporsi alla Chiesa romana dopo lo scisma (1054)

Owen David: rappresentante della comunità europea

Pavelic Ante: avvocato zagabrese , i cui seguaci divennero tristemente famosi con il nome di ustascia

pulizia etnica: deportazioni, rapine, persecuzioni, omicidi di massa ai danni di centinaia di migliaia di persone che hanno il solo torto di non appartenere all’etnia dominante in un dato territorio. Le operazioni di “pulizia etnica” si prefiggono di rendere “etnicamente pure” intere regioni: tutti serbi, o tutti croati, ecc., scacciando o sopprimendo fisicamente le minoranze. Una variante repellente ècostituita dagli stupri di massa di donne musulmane, ad opera soprattutto dei serbi, al fine di ingravidarle e di far loro partorire bambini di “razza” serba. E’ stato proposto di perseguire le epurazioni etniche ( e i loro autori) come “crimine contro l’umanità”, un reato cioè della massima gravità sia da un punto di vista morale che penale. (per un approfondimento, cfr. Stato del mondo 1994, op. cit., pp. 49-51; cfr. anche la bibliografia a p. 493)

slavi: i popoli slavi vengono generalmente divisi in tre gruppi. Sono slavi orientali gli ucraini e quelli che dal IX secolo verranno detti russi; sono slavi occidentali i polacchi, i cechi e gli slovacchi; sono slavi merdioniali gli sloveni, i croati , i serbi e i bulgari (che appartenevano in origine a un gruppo etno-linguistico imparentato con i turchi, ma vennero completamente slavizzati a partire dal VII secolo).

trialismo: l’idea di estendere il dualismo austro-ungarico agli Slavi, magari a danno delle altre nazionalità, come quella italiana e boema, e di rinnovare l’Impero asburgico con l’apporto della collaborazione slava.

Tudjman Franjo: presidente croato, ex generale comunista, di ispirazione nazionalista fin dai tempi di Tito (fu per questo perseguitato) è anche fondatore dell’HDZ, la Comunità democratica croata, il partito che ha il potere assoluto nella repubblica.

Unprofor: le forze di protezione dell’Onu.

ustascia: nazionalisti croati nazisti

Vance Cyrus: inviato speciale dell’Onu.

 

 


 

CRONOLOGIA ESSENZIALE

1054: Scisma d’Oriente

1389: 28 giugno, battaglia sul “campo dei merli” nella piana di Kosovo, che vide contrapposti l’esercito cristiano – formato da serbi, albanesi, croati, ungheresi e bulgari – e l’esercito vincente turco.

1683: assedio di Vienna da parte dei turchi e inizio della decadenza ottomana

1829: La Serbia riesce ad ottenere dall’Impero ottomano il riconoscimento dell’autonomia

1878: Congresso di Berlino: l’Austria ottiene l’amministrazione della Bosnia-Erzegovina; Serbia, Montenegro e Romania sono riconosciuti indipendenti

1908: annessione della Bosnia-Erzegovina all’Austria

1912: I guerra balcanica: coalizione di Grecia, Bulgaria, Serbia e Montenegro contro l’Impero turco che, sconfitto, dovette rinunciare a tutto il territorio europeo.

1913: II guerra balcanica, provocata dalla spartizione del bottino fra i vincitori delle I guerra balcanica. La Serbia rimane ancora esclusa dalla sponda adriatica.

1914: 28 giugno, attentato a Sarajevo contro l’arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono d’Asburgo.

1918: Al termine della prima guerra mondiale viene fondato il regno di Jugoslavia con serbi, croati e sloveni sotto la dinastia serba dei Karadjordjevic: il nuovo regno ha vita difficile per il rianimarsi del nazionalismo

1921: Nuova Costituzione: la Jugoslavia diviene una monarchia costituzionale ereditaria con il re Alessandro I

1928: Assassinio del capo del Partito contadino croato Radic

1929: Re Alessandro muta il nome del regno in Regno di Jugoslavia

1934: Assassinio del re Alessandro I da parte di una congiura di nazionalisti macedoni e ustascia croati; reggenza del principe Paolo

1941: In aprile le truppe nazifasciste invadono il Paese che viene smembrato fra Italia, Germania e forze ad esse alleate. Comincia la resistenza jugoslava, guidata da Josif Broz, detto Tito.

1945: Liberazione del Paese. Tito vince le elezioni e proclama la repubblica popolare e federativa di Jugoslavia di cui viene nominato Presidente.

1948: Il Partito comunista jugoslavo viene espulso dal Cominform*: la rottura con Mosca Š netta. La Jugoslavia prender… definitivamente la strada dell’autogestione e tenter… di inventare un modello di sviluppo a met… strada fra l’economia di stato e l’economia di mercato. Ha rapporti di scambio intensi con l’Occidente.

1956: Incontro di Brioni tra Tito, Nehru (presidente dell’India) e Nasser (presidente dell’Egitto): si costituisce il movimento dei non-allineati.

1961: Primo vertice a Belgrado dei Paesi non allineati.

1963: Nuova Costituzione: maggiore autonomia per le Repubbliche federate. Tito viene nominato Presidente a vita.

1965: Avvio delle riforma economica: riconoscimento del principio dell’autogestione delle imprese.

1971: Emerge prepotentemente il nazionalismo croato.

1974: Quarta costituzione che accentua l’autonomia delle singole repubbliche e attribuisce loro un vero e proprio status di sovranit….

1980: Il 4 maggio muore Tito. Gli succede una presidenza collegiale, cos come gi… deciso da Tito stesso nel 1971. Si apre un periodo di grave incertezza: gli anni Ottanta saranno segnati dalla crisi economica e dal riaccendersi dei nazionalismi.

1981: Violente manifestazioni autonomiste nel Kosovo albanese, provincia meridionale della Serbia, represse nel sangue.

1989: La crisi economica si fa acutissima: inflazione al duemila per cento.

1990: Si tengono elezioni pluripartitiche nelle sei repubbliche: affermazione dei partiti nazionalisti. Nel Kosovo i cittadini non si recano a votare per protesta.

1991: – 25 giugno. Slovenia e Croazia proclamano la propria indipendenza dalla federazione jugoslava. Scontri tra esercito federale e nazionalisti serbi da un lato, e la milizia slovena prima (giugno-luglio) e poi croata (agosto) dall’altro.

– Luglio ’91/ gennaio 92: Guerra civile in Croazia

– Dicembre: Bosnia – Erzegovina, Montenegro e Macedonia chiedono alla Cee il riconoscimento della propria indipendenza.

1992: – 15 gennaio. La CEE riconosce l’indipendenza di Slovenia e Croazia.

– 2 marzo. Referendum in Bosnia-Erzegovina per votare sull’indipendenza. Si reca alle urne poco pi— del 50% della popolazione. Vincono i s.

– Aprile: La guerra civile divampa nella Bosnia-Erzegovina smembrata poi fra serbi e croati. Solo una piccola porzione del territorio rimane ai musulmani. La CEE riconosce l’indipendenza della Bosnia-Erzegovina

1992: novembre. Il Consiglio di sicurezza dell’Onu impone con la risoluzione 781 la “No Fly Zone”, la zona di esclusione aerea sulla Bosnia.

1993: marzo. Con la risoluzione 816 l’Onu autorizza l’uso della forza per far rispettare il divieto di sorvolo.

1994: 9 febbraio: Scade l’ultimatum imposto dalla Nato alle truppe serbo-bosniache che assediano Sarajevo.

1 marzo: Quattro Galeb serbo-bosniaci vengono abbattuti da due aerei della Nato. Si tratta di una squadriglia serba che aveva bombardato le postazioni bosniache attorno a Bugojno e una fabbrica d’armi. Per la prima volta vengono applicate con forza le risoluzioni dell’Onu finora ignorate. Da 23 mesi l’aviazione serba andava e veniva per i cieli della Bosnia. Si calcolano in circa cinquecento le violazioni del divieto Onu

1995: 24 maggio: Le Nazioni Unite impongono ai serbi di rimuovere le armi pesanti da Sarajevo, ne segue un attacco aereo Nato

4 agosto: La Croazia riconqueista gran parte dei territori perduti

15 agosto: Gli USA decidono di assumere direttamente l’iniziativa diplomatica

30 agosto: La Nato interviene ancora sui serbi che bombardano Sarajevo

8 settembre: primo accordo tra Croazia, Bosnia e serbia a Ginevra

1 novembre : nell’Ohio, a Dayton, iniziano i colloqui di pace,

21 novembre: Milosevic, Izetbegovic e Tujman, leader di Serbia, Bornia e Croazia, firmano, senza guardarsi, l’accordo di pace. Inizia la non guerra.

 

 


 

BIBLIOGRAFIA

Opere storiche di inquadramento generale
S. Clissold, Storia della Jugoslavia. Gli slavi del sud dalle origini ad oggi, Einaudi, Torino, 1969F. Conte, Gli Slavi. Le civiltà dell’Europa occidentale e orientale, Einaudi, Torino, 1991

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La guerra in Europa, “Limes”, n°1-2, Milano 1993

La Russia e noi, “Limes”, n°1, Milano 1994

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D. Volcic, Sarajevo. Quando la storia uccide, Nuova Eri, Milano, 1993

 

Testimonianze interne al conflitto
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E. Doni, C. Valentini, L’arma dello stupro, Ed. La luna, 1993

Slavenka Drakulic, Balkan Express, Il Saggiatore, Milano 1993

Filipovic Zlata, Diario di Zlata. Una bambina racconta Sarajevo, Rizzoli, Milano, 1994

 

Romanzi
I romanzi del premio Nobel bosniaco Ivo Andric, Il derviscio e la morte, Jaca Book, Milano 1983 di Mesa Selimovic, le pagine di Danilo Kis (edito da Feltrinelli e Adelphi), Le migrazioni di Milos Crnjnaski, Adelphi, Milano 1992 introducono nella Jugoslavia che c’era e che c’è.

 


GLI AUTORI

Questo testo, realizzato in occasione della pubblicazione di un numero speciale interisitituto del “Quadrifoglio”, è stato approntato e integrato dalla Prof.ssa Gabriella Bressan, docente di lettere all’Istituto professionale per i servizi sociali “B. Montagna”, di Vicenza, con la collaborazione del Prof. Paolo Vidali e del Prof. GiulianoParodi, entrambi del Liceo scientifico “G.B.Quadri”. La parte relativa alla guerra in Kossovo è stata realzzata da Arianna Frigo e Ruggero Lorenzin, della classe 5AI nell’anno 2002-2003.